Un semplice incidente. Restare umani per sfidare un regime

Una allegoria quanto mai attuale e limpida sulla repressione. Palma d’oro allo scorso festival di Cannes e candidato per la Francia agli Oscar 2026.

Un semplice incidente. Restare umani per sfidare un regime
Grafica - Un Semplice Incidente ©MAELSTROM BLOG

Campagna di Teheran, notte fonda, un cane viene investito da una macchina lungo una strada sterrata e buia. Una banale, anzi un semplice incidente anche se l’auto rimane bloccata, però nulla accade per caso. La famiglia all’interno del veicolo chiede subito aiuto ad un meccanico per farla ripartire, ma proprio in quel momento il meccanico Vahid ha una reminiscenza perché crede che l’uomo alla guida dell’auto sia Gamba di legno, il più feroce e crudele tra gli agenti da cui aveva subito abusi durante la detenzione per motivi politici. È da qui che si dipanerà tutta la storia con un dubbio, un lecito dubbio che coinvolgerà tante persone legate al temibile gamba di legno.

Non basterebbe un solo film per descrivere la vita del regista iraniano Jafar Panahi. Regista iraniano premiato in tutti i maggiori festival cinematografici. Un uomo che è diventato il dissidente più famoso al mondo facendo delle proprie idee un’arma contro il regime.

Finito in carcere e poi ai domiciliari per ben due volte ha comunque continuato a fare film in tutti i modi possibili e con tutti i sotterfugi immaginabili. Ha girato fingendosi un taxista, ha diretto la troupe via zoom durante gli arresti domiciliari e ha persino contrabbandato i suoi film per farli arrivare quanto più possibile all’estero.

La summa della sua carriera sta proprio qui, nella genialità che ha la sua arte nello sfuggire alla censura e alla repressione. Attenzione però! È solo la sua arte che fugge, non la persona che invece ha sempre rigettato esili forzati accettando la sua condizione di ‘reietto’, perché come dice lui “Cosa possono farmi ancora? Mettermi di nuovo in galera? Lo hanno già fatto e nel frattempo ho girato un film”.

Un semplice incidente è un film bellissimo, un processo inoppugnabile alla follia di un regime sanguinario. Il film mette in mostra gli strascichi della repressione politica ragionando sulle sofferenze che provoca e che rimangono a lungo sulle persone senza alleviarsi totalmente. Soprattutto le dinamiche che si creano, quasi grottesche alle volte, ci mostrano come spesso la linea di demarcazione tra vittime e carnefici non sia così ben definita.

La rabbia accecante che provano i protagonisti è una rabbia reazionaria giustificata, ma che non appartiene alla loro natura di esseri umani ed è distante anni luce dai loro valori, ed è questo che forse fa dubitare delle loro azioni.

Il punto per Panahi è questo, soltanto rimanendo umani possiamo essere totalmente diversi dai nostri aguzzini.