Morire per Cristo. Il martirio nel silenzio del mondo
Da anni assistiamo a un genocidio che sta vedendo intere comunità cristiane perseguitate e sterminate. Un genocidio silenzioso che sta mietendo vittime su vittime, bambini su bambini, donne su donne, sacerdoti e missionari che avevano il solo desiderio, o forse la necessità, di esprimere vividamente la propria fede.
È silenzioso perché ai media non piace uno sterminio cattolico. Al mainstream interessa che non si sappia nulla né di chi muore né, tantomeno, di chi uccide: a loro interessa che la fede cattolica, o perlomeno cristiana, venga estirpata. Chiaramente so che queste mie parole sono molto dure ma, ahimè, io credo lo debbano essere, perché tale è la realtà.
Secondo il blog CulturaCattolica.it, la Nigeria sembrerebbe essere uno dei Paesi più colpiti dalla furia jihadista e anticristiana, con un vero e proprio genocidio in atto da quasi vent’anni e che, dal 2010, ha martirizzato ben 125.000 cristiani, rapito 600 sacerdoti - decine dei quali sono stati uccisi o fatti sparire - e, dal 2009, ha distrutto 19.000 chiese (tre al giorno). In tutto questo caos, i rapimenti e le esecuzioni di massa nelle scuole si sono intensificati e vedono la completa complicità del governo nigeriano, che si limita a rassicurare la popolazione affermando che non sia in atto alcun genocidio, nascondendo che tra gli assassini ci siano soprattutto le sue forze di sicurezza.
Chiaramente non c’è solo la Nigeria. Ci sono anche l’India, che da poco ha varato una nuova legge anti-conversione; la Cisgiordania, dove i coloni israeliani distruggono le chiese e aggrediscono i parrocchiani sia fisicamente sia impedendo loro di coltivare e raccogliere i frutti della propria terra; la Repubblica Democratica del Congo, dove qualche giorno fa un gruppo jihadista ha rapito 100 persone e ucciso 17 cristiani presso le miniere d'oro di Muchacha e a Babesua; il Sudan, il Libano, il Ruanda, il Mali, l’Armenia e altri più di 50 Paesi sparsi in tutto il mondo di cui 9 in Europa! (acs_italia).
Dati alla mano, la situazione è molto preoccupante. Gli attacchi ai cristiani in questi primi mesi del 2026 sono in aumento del 7% rispetto al 2025. Si parla, in totale, di 338 milioni di persone! (Porte Aperte Onlus). Numeri che dovrebbero scuotere le coscienze, soprattutto nell’Unione Europea, che si proclama paladina dei diritti umani ma che esclude la cristianofobia dalla marea di fondi stanziati per “combattere” i diversi razzismi.
Altro ci giunge da Gerusalemme, dove da circa un mese le autorità israeliane hanno completamente vietato ogni accesso al Santo Sepolcro, proprio in un periodo centrale come quello della Quaresima, della Settimana Santa e, infine, della Pasqua: qualcosa di inammissibile, mai avvenuto in secoli di storia. Per inciso, persino durante la pandemia non furono vietate le celebrazioni, che si svolgevano a porte chiuse.
Una notizia dell’ultim’ora, ancora più allarmante e grave, riporta inoltre l’azione, da parte della polizia israeliana, di impedire l’accesso al Santo Sepolcro al Patriarca Latino di Gerusalemme e al Custode della Terra Santa (che è, tra l’altro, custode ufficiale della stessa Basilica del Santo Sepolcro), cioè alle massime autorità cattoliche in Terra Santa, per la celebrazione della Domenica delle Palme.
Di fronte a questi dati, il silenzio non è più accettabile. Sua Santità Papa Leone XIV ha detto esplicitamente e senza remore che la persecuzione dei cristiani è “una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi”, un vero e proprio “cortocircuito dei diritti umani”. Oggi ha anche espresso che "i cristiani del Medio Oriente partecipano realmente delle sofferenze di Cristo". Negare, o ignorare, l’esistenza di una persecuzione sistematica equivale a diventarne complici. La libertà religiosa non può essere difesa a corrente alternata, né selezionata in base alla convenienza politica o mediatica.
Ignorare il martirio di milioni di fratelli cristiani nel mondo e le azioni perpetrate contro di loro significa tradire i principi stessi su cui si fondano i diritti umani. Per questo motivo, pretendere prese di posizione chiare da parte dei governi e delle istituzioni internazionali non è solo un diritto: è un dovere morale.
