Chernobyl, 40 anni dopo: responsabilità, uomini, memoria

Chernobyl non è soltanto il racconto di un disastro, ma il punto in cui un sistema intero smise di funzionare, mostrando i propri limiti non tanto nell’esplosione quanto nella gestione di ciò che seguì: ritardi, silenzi, paura di dire la verità.

Chernobyl, 40 anni dopo: responsabilità, uomini, memoria
Grafica - Chernobyl ©MAELSTROM BLOG

Il 26 aprile 1986, nel cuore della notte, con l’esplosione del reattore n. 4 della centrale di Chernobyl, si consumò un disastro senza precedenti che segnò uno spartiacque nella storia contemporanea.

Fu il punto in cui un intero sistema politico mostrò, improvvisamente e tragicamente, i propri limiti. Anni dopo, Michail Gorbachev arrivò a dichiarare che Chernobyl fu “forse la vera causa” del crollo dell’Unione Sovietica, non per la sua distruzione materiale, ma perchè mise dolorosamente in evidenza tutti i limiti del regime.

Sin da quella stessa notte, tutti coloro che avevano un qualche ruolo di responsabilità nella gestione si affrettarono a minimizzare la portata del danno, negando la possibilità che ad esplodere fosse stato il reattore, imputando invece il difetto a dei sistemi secondari. Avevano torto, eppure non potevano saperlo.

A guidare il test di sicurezza quella notte fu l’ingegnere Anatolij Djatlov, assistito dagli operatori Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov. Oggi la dinamica è ben nota: se un test di sicurezza viene condotto in condizioni instabili, una combinazione di errore umano e difetto strutturale del reattore RBMK – del tipo utilizzato a Chernobyl – può portare ad un improvviso aumento di potenza.

Tuttavia, ridurre la questione ad un errore umano sarebbe tanto banale quanto fuorviante: il vero problema era nel sistema.

I reattori RBMK presentavano un difetto progettuale critico: le barre di controllo, progettate per ridurre la reattività, avevano punte in grafite che, nei primi secondi di inserimento, causavano un aumento della potenza. Una banale scelta progettuale per ridurre i costi che, era emerso già in un’anomalia qualche tempo prima, nel 1983, nella centrale di Ignalina, ma insabbiato dai servizi segreti per evitare di ammetterne il difetto.

A questo si aggiunse la gestione del disastro: le autorità locali che minimizzarono l’accaduto, che portarono Gorbachev a non essere correttamente informato; le radiazioni non furono misurate correttamente nelle prime ore per via di una penuria di strumenti adeguati; e infine la mancata evacuazione di Pripyat, che avvenne solo 36 ore dopo, lasciando la popolazione ignara a vivere, lavorare e far giocare i bambini all’aperto mentre una nube radioattiva si diffondeva.

La segretezza strutturale del sistema sovietico, il timore dei superiori e la paura di una crisi internazionale in piena Guerra Fredda pesarono più della sicurezza dei cittadini.

Ma se il sistema fallì nel suo primo e più importante obiettivo, proteggere la sua popolazione, furono dei grandi uomini a contenere il disastro.

In migliaia tra pompieri, tecnici, soldati, minatori furono inviati a Chernobyl per limitarne la portata delle conseguenze. I primi vigili del fuoco, immediatamente dopo l’esplosione, intervennero senza protezioni adeguate. Morirono quasi tutti nell’arco delle settimane successive, dilaniati dai dolori dell’intossicazione da radiazioni. Circa 400 minatori scavarono sotto il reattore per evitare che il materiale radioattivo compromettesse per sempre le risorse idriche del territorio, e almeno un quarto di loro non arrivò a vedere i quarant’anni. Centinaia di migliaia furono i civili e i militari mobilitati per la bonifica.

Valerij Legasov, scienziato incaricato dell’indagine, tra i primi a recarsi sul luogo quando ancora non era chiara la portata del danno, fu tra i pochissimi a denunciare apertamente i difetti del reattore e del sistema tutto che, piegatosi sotto il peso della sua stessa segretezza e gestione centralizzata, non riuscì nè volle mettere al corrente di queste informazioni fondamentali coloro che dovettero gestirne le conseguenze. Due anni dopo si tolse la vita, lasciando registrazioni che contribuirono a far emergere la verità.

Altri, invece, furono trasformati in capri espiatori. Il direttore della centrale Viktor Brjuchanov, l’ingegnere Anatolij Djatlov e il capo ingegnere Nikolaj Fomin furono condannati a dieci anni di lavori forzati nei gulag. Djatlov, l’unico dei tre a trovarsi nell’impianto al momento dell’esplosione, morì per delle complicazioni legate alle radiazioni meno di cinque anni dopo.

Le cifre restano ancora una faccenda controversa: dei 300.000 evacuati, nessuno si preoccupò di tener traccia delle condizioni di salute; le stime internazionali variano dalle 4.000 alle 93.000 morti a lungo termine; si registrò un fortissimo incremento di tumori, specie alla tiroide e nei bambini in Ucraina e Bielorussia.

E l’URSS? La cifra dichiarata dagli organi di stampa sovietici nel 1987, e mai rettificata, dichiarò ufficialmente che l’incidente di Chernobyl aveva causato 31 morti.

Tuttavia la vicenda di Chernobyl non si esaurisce nei suoi morti, né nelle sue responsabilità: il disastro segnò un prima e un dopo non solo per l’Unione Sovietica, destinata a fare la sua debacle pochi anni dopo, ma per l’intero mondo occidentale: Per la prima volta, il nucleare cessò di essere soltanto una promessa di progresso e divenne, nell’immaginario collettivo, un rischio concreto.

La paura entrò nella politica, e da quel momento, ogni scelta sull’energia avrebbe dovuto fare i conti con Chernobyl.

Negli anni ’70, l’Italia non era una semplice spettatrice della corsa all’atomo: ne era una protagonista assoluta.

Eravamo i pionieri, i visionari che parlavano la lingua della fisica d’avanguardia e con 3 centrali attive – due di piccola potenza a Latina e Garigliano e una di potenza standard a Caorso – il nostro Paese vantava un’infrastruttura solida e una comunità scientifica spiccata.

In questo contesto nacque, nel 1972, il progetto CIRENE, con la promessa di costruire una “via italiana” al nucleare, fondata sull’utilizzo di uranio naturale e quindi meno dipendente dagli approvvigionamenti degli Stati Uniti.

Dopo quasi quindici anni di ritardi e ostacoli burocratici, il progetto era ormai vicino al completamento, ma venne totalmente paralizzato dalla notizia di Chernobyl: la fiducia dell’opinione pubblica scese a dismisura, le centrali esistenti furono chiuse entro un anno, e nel 1987, l’80% degli italiani chiamati a votare al referendum boccia il nucleare. La scelta venne riconfermata nel 2011, dopo il disastro di Fukushima, con un risultato bulgaro del 94% di contrari all’utilizzo dell’energia nucleare. Da allora, il tema rimane in sospeso.

Nel dibattito pubblico riemerge a tratti, tra richiami alla transizione energetica, alla ricerca sulla fusione e alle nuove tecnologie, ma senza mai tradursi in una scelta politica chiara. Il governo avanza timidamente la proposta solo all’interno di convegni del settore, con platee favorevoli e poco affollate. Più che una strategia, sembra un terreno di prova, dove si sondano le reazioni dell’opinione pubblica e dell’elettorato prima di tracciare una linea programmatica seria a riguardo.

Eppure il paradosso resta evidente: il Paese di Enrico Fermi, l’Italia che contribuì in modo decisivo allo sviluppo della fisica nucleare osserva oggi da spettatore le evoluzioni di un settore che aveva contribuito a costruire.

Se guardare da impassibili le nuove scoperte tecnologiche è inammissibile, altrettanto lo è lasciare che il dibattito resti bloccato su un trauma del passato, anche se le paure che da esso derivano sono tutt’altro che infondate. Chernobyl non fu soltanto un incidente: fu il prodotto e il fallimento di un sistema che oggi non esiste più, più che della tecnologia in sè. Comprendere fino in fondo ciò che accadde è l’unico modo per evitare che questa memoria si trasformi in una paralisi permanente.