Il cinema italiano prende i soldi pubblici. Ma li spende bene?

Come trasformare ogni euro pubblico in un moltiplicatore economico e culturale.

Il cinema italiano prende i soldi pubblici. Ma li spende bene?
Grafica - David di Donatello ©MAELSTROM BLOG

Nel dibattito pubblico, i finanziamenti alla cultura vengono spesso percepiti come una spesa, un lusso che lo Stato si concede a scapito di investimenti più "concreti". Nel caso del cinema, questa narrazione è semplicemente sbagliata. Non si tratta di un mero sussidio, ma di una leva moltiplicativa che genera occupazione, esportazioni e gettito fiscale.

Sono ormai noti i dati di Cassa Depositi e Prestiti che mostrano come per ogni euro investito nel cinema si generi un ritorno economico di quasi 4 euro. Il sistema, tra l’altro, va ad alimentare tutta una serie di effetti indiretti e indotti tra imprese, addetti e professionisti del settore.

Come funzionano i finanziamenti all’audiovisivo?

Il denaro pubblico per sovvenzionare l'audiovisivo è suddiviso in tante modalità e tanti piccoli bandi con finalità diverse. Sostanzialmente ci sono i contributi automatici, il tax credit e poi il fondo dei selettivi che è l'unico fondo assegnato tramite l'intervento di una commissione. Quest'ultimo fondo però rappresenta una piccola parte del totale dei fondi (circa il 13% del totale).

Il più delle volte quando si parla di fondi per l'audiovisivo il tutto viene strumentalizzato per mera propaganda politica. Viene tutto utilizzato per indirizzare l'opinione pubblica: da alcuni per parlare di "spreco" di soldi, ovviamente mentendo perché i fondi alimentano una industria che crea ricchezza e indotto, ma anche da altre controparti che parlano di appropriazione o mortificazione della cultura (come per la questione del documentario su Regeni).

In particolare il tax credit cinematografico, disciplinato in Italia dalla Legge Cinema, consente alle imprese di produzione di detrarre dall'imponibile fiscale una quota significativa delle spese sostenute sul territorio nazionale. In pratica, chi investe in un film - produttore, distributore o esercente - riceve dallo Stato un credito d'imposta proporzionale alle risorse spese in Italia: manodopera locale, noleggio di attrezzature, utilizzo di location, servizi di post-produzione.

Il meccanismo è ricercato nella sua logica: lo Stato non eroga denaro direttamente, ma rinuncia a una parte del gettito futuro in cambio di un'attività economica che, senza quell'incentivo, potrebbe non avere luogo, o avere luogo altrove.

Ogni euro di incentivo fiscale al cinema genera, lungo tutta la filiera, un valore economico che raramente scende al di sotto del triplo della cifra iniziale. Quando una produzione cinematografica entra in attività su suolo italiano, attiva una catena di soggetti che va ben oltre i titoli di coda. Ci sono le maestranze tecniche - elettricisti, scenografi, costumisti, operatori di macchina - ma anche alberghi, ristoranti, società di noleggio veicoli, artigiani locali, studi di registrazione. Una produzione di medie dimensioni può coinvolgere centinaia di fornitori distribuiti sul territorio.

Le grandi produzioni internazionali che scelgono l'Italia come set, attratte proprio dagli incentivi fiscali e dalla disponibilità di paesaggi incomparabili, portano valuta estera, formano professionisti locali e alimentano un'economia dell'accoglienza che va sommata agli impatti diretti. Roma, Cinecittà, ma anche le Regioni dove sono dislocati i set registrano ricadute economiche concrete e misurabili ogni volta che una troupe internazionale sceglie di girare da noi.

Il ritorno fiscale: lo Stato si ripaga

Forse l'aspetto meno discusso è quello del gettito fiscale di ritorno. Le imprese attivate dalla produzione pagano IVA, IRPEF, contributi previdenziali. I lavoratori assunti entrano nei circuiti della contribuzione regolare. Il tax credit, in sostanza, genera tasse, spesso in misura superiore al costo dell'incentivo stesso. Diversi studi europei hanno stimato un rapporto tra gettito recuperato e credito concesso che si avvicina o supera l'unità, rendendo l'intervento pubblico prossimo alla neutralità di bilancio o addirittura positivo nel medio termine.

Non si tratta di altruismo culturale, ma di una politica “industriale” razionale: lo Stato investe in un settore ad alto moltiplicatore occupazionale e con forti esternalità positive - sull'immagine del Paese, sul turismo, sugli investimenti e sulla formazione professionale - ottenendo in cambio un ritorno che va ben oltre la dimensione simbolica.

Una questione di visione

Paesi come Francia, Regno Unito, Belgio e Irlanda hanno costruito nel tempo ecosistemi audiovisivi competitivi proprio grazie alla continuità e alla solidità dei loro regimi di incentivazione fiscale. La Francia, con il suo CNC, è da decenni il modello di riferimento: una quota degli incassi al botteghino viene reinvestita nella produzione nazionale, creando un circolo virtuoso che finanzia se stesso.

L’errore che si fa è approcciarsi alla questione del finanziamento da un punto di vista ideologico e soprattutto, facendo paragoni tra i fondi ottenuti e l’incasso.

Il produttore Andrea Occhipinti (Luckyred) in questo senso ha fornito una spiegazione lineare “Se usi il tax credit non importa quanto il film poi incasserà, perché se lo stato concede una certa cifra deve averne messa una equivalente un privato, ed è un successo. Se poi il film o la serie andranno male dovrà essere scontento il produttore, non lo Stato che ha evitato che quel film fosse girato invece che qui in Ungheria, e quindi che fossero spesi lì quei soldi”.

Criticità da correggere

Per ogni euro di tax credit che viene erogato viene richiesto di spendere una cifra equivalente. Quindi c’è un incentivo alla spesa che porta a film sempre più grandi e costosi. Questo ha portato ad un eccesso della spesa con un credito che ha sforato il limite delle risorse disponibili. La scarsità dei controlli ha portato anche a situazioni opache per non dire fuori legge, che devono essere prima di tutto sanzionate e poi normate.

Quello che servirebbe è modificare sostanzialmente l’impianto inserendo vari correttivi:

  • Fondi ben distinti e separati con sistemi a fasce di costo;
  • Finestre con quote minime garantite;
  • Clausole di salvaguardia per chi ha già iniziato a girare;
  • Criteri e griglie pubbliche verificabili con punteggi attribuiti a vari criteri come occupazione prevista, quota di spesa italiana, potenziale distributivo;
  • Contatore della disponibilità del fondo in tempo reale;
  • Rafforzare il coordinamento con le Film Commission regionali, questo non solo per ridare dignità ai fondi regionali, ma anche creare un meccanismo di co-incentivazione che premi le produzioni che scelgono territori meno battuti, una sorta di moltiplicatore sull'aliquota nazionale per chi gira in aree con minore densità produttiva;
  • Rafforzare i controlli da parte degli uffici preposti del ministero ed eventualmente dalla Guardia di Finanza.

Finanziare il cinema non è sostenere un'industria di élite, ma un investimento in un settore che parla al mondo dell'identità, della creatività, della cultura e del talento di un Paese.

Il cinema racconta sicuramente l'Italia in tutto tra bellezza, storie e paesaggi. Ma lo deve fare anche in termini economici molto prosaici: creare lavoro qualificato, generare esportazioni culturali, attrarre capitali internazionali. Solo rivedendo il sistema possiamo farlo, ma non possiamo per mero risparmio del presente rinunciare ad un futuro investimento che si ripaga.