Vergarolla, 80 anni dopo
80 anni dopo, Vergarolla resta una ferita della nostra storia: una strage senza colpevoli, il dramma dell’esodo e il dovere del ricordo.
Il 18 agosto 1946 Pola era ancora Italia. Sotto il governo degli Alleati, versava in uno stato non molto diverso da quello di Trieste: sospesa tra la speranza e il timore, ma indubbiamente italiana.
A guerra finita da oltre un anno, ma in una terra che per ancora molto tempo sarebbe stata travagliata, la città era diventata un porto sicuro per gli italiani d'Istria in fuga dalle angherie e dalla persecuzione dei partigiani titini.
Quel giorno d’estate sembrava un giorno di festa. La comunità si era ritrovata sulla spiaggia di Vergarolla per celebrare il cinquantesimo anniversario della Pietas Julia, storica società sportiva nautica simbolo della città e della sua identità italiana con gare di nuoto, vela e tuffi.
Eppure, sulla spiaggia, vicino alla pineta, c’era qualcosa che tutti conoscevano ma nessuno temeva: una catasta di ordigni bellici recuperati dal mare, residuati della guerra; mine considerate innocue, il loro disinnesco garantito dagli Alleati.
Ma alle 14.15 la realtà dimostrò il contrario.
Un’esplosione devastante sconvolse Vergarolla, spazzando via ogni cosa nel suo raggio. La violenza della deflagrazione rese difficilissima persino la ricostruzione del numero delle vittime: sessantaquattro furono identificate, le stime complessive parlarono di un numero compreso tra cento e centoventi morti, ma il numero esatto non si avrà mai: i corpi di coloro che si trovavano più vicino agli ordigni - per la maggior parte bambini, che erano soliti giocare attorno alla catasta di mine - furono ridotti in uno stato tale da non consentire nemmeno di distinguerne i resti. Intere famiglie cancellate, una comunità intera colpita nel momento in cui cercava disperatamente di difendere la propria normalità.

Vergarolla rimane ancora oggi la più grande strage della Repubblica Italiana per numero di vittime, superiore anche alle grandi stragi legate agli anni di piombo. Una tragedia immensa che, proprio per la sua collocazione storica e geografica, è rimasta per decenni ai margini della memoria nazionale.
Una strage senza colpevoli
Uno degli aspetti più dolorosi della vicenda di Vergarolla è il mancato chiarimento definitivo sulle responsabilità
La versione ufficiale parlò di un tragico incidente: un’esplosione accidentale causata dalle condizioni degli ordigni presenti sulla spiaggia. Tuttavia, fin dall’inizio, molti elementi alimentarono dubbi e interrogativi.
Perché quelle mine si trovavano lì? Perché erano state lasciate in una zona frequentata dalla popolazione? Per quale motivo furono garantite condizioni di sicurezza che non sussistevano realmente?
E soprattutto: fu davvero un incidente?
Nacque immediatamente l'ipotesi di un attentato, e alcune ricostruzioni hanno indicato una possibile matrice legata agli apparati jugoslavi, ma nessuna responsabilità è mai stata provata in modo definitivo.
Geppino Micheletti, il medico eroe
Tra le figure che più incarnano la tragedia di Vergarolla c’è quella del dottor Geppino Micheletti.
Chirurgo dell’ospedale di Pola, unico in servizio quel giorno, Micheletti si trovò davanti a una situazione indescrivibile: centinaia di feriti con necessità di immediato intervento, corpi devastati, una città sconvolta. Ma insieme alla tragedia pubblica arrivò anche quella privata: nell’esplosione aveva perso i suoi due figli.
Ricevuta la notizia della dipartita di Carlo e Renzo, 9 e 5 anni, Micheletti rimase in sala operatoria e continuò a curare i feriti. Per oltre ventiquattr'ore mise la sua professione e il senso del dovere verso i concittadini feriti davanti alla propria sofferenza, diventando il simbolo di una scelta estrema di responsabilità e umanità.

Il corpo di Carlo venne rinvenuto, quello di Renzo non fu mai identificato e di lui rimase solo una scarpetta, che Micheletti da allora non rinunciò mai a tenere con sé in sala operatoria, nella tasca del suo camice.
Per il suo gesto straordinario, il dottor Micheletti venne insignito della Medaglia d'oro al valor civile.
Negli ultimi anni è stata avanzata la proposta di intitolare l’ospedale di Pola alla sua memoria. La richiesta, sostenuta dalla Comunità Nazionale Italiana e dall’Unione Italiana, non è stata accolta dalle autorità croate con la motivazione che una struttura sanitaria pubblica dovrebbe mantenere una denominazione generica. Una decisione che ha suscitato amarezza tra molti rappresentanti della comunità italiana, che vedono in Micheletti non una figura divisiva, ma un medico e un uomo degno di essere ricordato.
Dopo Vergarolla: il silenzio dell’esodo
Vergarolla arrivò in un momento in cui il destino di Pola era già in bilico.
Dopo la firma del Trattato di pace del 10 febbraio 1947 (Trattato di Parigi), la città passò alla Jugoslavia di Tito. Per molti polesani la scelta apparve inevitabile: rimanere significava vivere in una nuova realtà politica e nazionale nella quale molti temevano per la propria vita, oltre che di perdere la propria identità.

Cominciò così l’esodo anche da Pola.
Durante il periodo dell’amministrazione alleata era arrivata a ospitare circa 30-32 mila persone contando anche i profughi arrivati dalle zone circostanti, si svuotò quasi completamente della sua componente italiana. Migliaia di persone lasciarono case, attività, ricordi e tombe dei propri cari.
Alla fine rimasero soltanto in 1.500, tra quegli italiani che rimasero e la minoranza croata.

Una comunità intera mise in valigia ciò che poteva portare e lasciò tutto il resto.
Per i polesani e gli istriani tutti, iniziò un lungo esilio, spesso relegati in campi profughi per anni, se non decenni.

E ora?
Ottant’anni dopo Vergarolla è una domanda rivolta al presente.
Ricordare quei morti significa restituire dignità a una pagina della nostra storia nazionale che per troppo tempo è rimasta in secondo piano.
Vergarolla non chiede vendetta, ma conoscenza. Chiede che il dolore delle vittime non venga cancellato dal tempo e che le vicende del confine orientale vengano comprese nella loro complessità.
Se le vere responsabilità, a tanti anni di distanza, non possono più essere chiarite, resta il dovere di far sì che almeno la custodia del ricordo resti viva nella memoria, perchè il loro sacrificio non venga consegnato all'oblio.