Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant
A distanza di due anni dallo scoppio del nuovo, ennesimo, conflitto arabo-israeliano, forse per il popolo palestinese si vede finalmente la luce alla fine del tunnel.
Due anni di guerra, di fame, di carestia e di distruzione. Due anni di crimini impuniti da parte dello stato di Israele e dal governo Netanyahu, interessato più alla propria stabilità politica che alla vita dei popoli che circondano lo stato ebraico.
Tante parole di condanna sono state spese sull'"unica democrazia del Medio Oriente", tanti governi europei hanno preso le distanze dalle loro azioni ma non illudiamoci del fatto che qualcosa sia cambiato.
Due popoli, due Stati: questa è la posizione assunta dai più, specie dalla comunità internazionale atlantista, che in questi due anni, davanti al massacro impunito di civili a Gaza, ha timidamente preso una posizione scomoda di condanna nei confronti dello stato ebraico.
E questa è la soluzione che anche i recenti negoziati, sotto la regia degli U.S.A. di Trump, stanno indicando.
Ma precisamente, di che Stato Palestinese stiamo parlando?
Di quello profilato dalle Nazioni Unite nel '48? Di quello degli accordi di Camp David?
Oppure è la soluzione è quella profilatasi con gli accordi di Oslo, con i quali l'OLP ha riconosciuto il diritto di Israele ad esistere, mentre quest’ultimo ha semplicemente riconosciuto l'OLP come rappresentante del popolo palestinese? Una formula comoda che può facilmente scivolare in un nulla di fatto e in un semplice riconoscimento dell'esistenza di una popolazione araba in quel territorio, al pari dei Sami, dei Curdi, dei Tigrè.
O magari lo Stato di Palestina che vorrebbero è quello del 2003? Quando il governo israeliano ha attuato un piano per il totale ritiro dalla Striscia di Gaza e parte della Cisgiordania settentrionale.
Da tutto questo esulano i confini, naturalmente.
Lo spazio aereo, ovviamente.
E anche le acque territoriali.
Insomma, la Palestina e i palestinesi hanno pieno diritto di esistere, finché non vogliono prendere parte alla comunità internazionale, fare attività commerciale, avere un ruolo politico e magari elaborare storicamente il trattamento di odio e violenza subito da Israele senza un fucile dell'IDF piantatogli in faccia.
Per alcuni neanche questo.
Come per il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, che mentre la morte imperversava per le strade di Gaza, ha avviato un progetto di insediamento di coloni israeliani in Cisgiordania, e ha dichiarato questo: «Una decisione storica che cancella praticamente l'illusione dei due Stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra d'Israele», «Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con i fatti. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea».
E dunque la pace?
Come può lo steso governo produrre agghiaccianti dichiarazioni del genere e poi lavorare per l'accordo proposto dagli U.S.A.?
I più cinici di noi non si stupiranno nello scoprire che si tratta, come sempre, di una questione di pura forma.
1031 morti, di cui 210 bambini e 9684 feriti in Cisgiordania.
67.160 morti, di cui circa 20.000 bambini e
169.679 feriti a Gaza.
2 milioni di Gazawi sfollati.
Innumerevoli ostaggi, stupri e violenze.
Nella Striscia non è rimasta neanche una casa, solo un cumulo di macerie.
Due anni senza cibo, acqua, carburante, farmaci.
Senza elettricità, senza acqua potabile.
A Gaza a morire sono stati principalmente i bambini, perché ad uccidere non erano solo le bombe, ma anche la fame.
Questo è il vero bilancio di questa guerra.
E ora, dove fanno il deserto, la chiamano pace.