Portobello, ovvero come sbattere nuovamente il mostro in prima pagina
L’allucinante odissea di Enzo Tortora, in uno dei casi più clamorosi di malagiustizia italiana, raccontata nella nuova serie di Marco Bellocchio.
Roma, 17 giugno 1983 ore 4 e 30 del mattino. E’ qui che inizia una delle storie più incredibili dell’Italia contemporanea. Enzo Tortora il noto conduttore di Portobello, programma di punta della Rai, viene arrestato con l’accusa di far parte della camorra.
Enzo Tortora in quel momento è all’apice del successo, viene apprezzato da tutti trasversalmente ed è unanimemente considerato il re della televisione con la sua trasmissione che raggiunge costantemente picchi di 28 milioni di spettatori in prima serata. E proprio in quei 28 milioni di telespettatori però che si cela il pentito di camorra, Giovanni Pandico, che ad un certo punto decide in un interrogatorio di fare esattamente il nome del noto conduttore come affiliato della NCA (Nuova Camorra Organizzata).
Ovviamente è una follia, un’assurdità che non sta né in cielo né in terra, ma la notizia ovviamente vuoi per clamorosità, vuoi per invidia verso il celebre conduttore prende il sopravvento.
L’uomo applaudito da milioni di italiani, nominato commendatore da Pertini, diventa in pochi mesi il capro espiatorio di un’Italia che voleva semplicemente un colpevole, una figura da odiare in tutto e per tutto e da schiacciare.
Questa serie rappresenta un altro bel colpo del maestro Marco Bellocchio che negli ultimi anni sembra sempre più affamato di raccontare storie italiane. Storie che sono anche dei trattati etici e morali sul nostro paese che spaziano nel tempo e nelle tematiche, dal rapimento di Edgardo Mortara fino ad arrivare al doloroso rapimento Moro.
Qui però la storia è molto peculiare, perché pare talmente assurda da non sembrare vera. Non è un true crime, sembra un horror, ma invece è la vita vera che assume dimensioni farsesche non fosse che il tutto sfoci in uno dei più eclatanti errori giudiziari della storia italiana. Il calvario rappresentato da Fabrizio Gifuni ci restituisce Enzo Tortora, non il conduttore ma l’uomo annientato dalle menzogne, dalla gelosia, dall’immoralità ma soprattutto da un sistema giudiziario (quello italiano) imperdonabile.
Non si può non rimanere affascinati dalla fattura del prodotto, che più che una serie è praticamente un film a episodi. Già prendendo in riferimento la prima puntata si rimane incollati allo schermo e allo stesso tempo arrabbiati e disgustati. Una rabbia che non è solo figlia del suo tempo, ma è anche molto attuale per tutti i vari fatti di cronaca giudiziaria che sentiamo su social, tv e giornali.
È questo il merito della serie, ovvero essere una tragica metafora e uno spaccato dell’Italietta attuale. L’Italia dei giustizialisti da salotto, del fango, dei tribunali populisti usati per screditare ed ergersi a cavalieri senza macchia. Portobello non è solo una testimonianza di una via crucis personale, ma anche lo specchio dell’Italia peggiore, quella più feroce degli organi politici e dei giornali pronti a orientare l'opinione pubblica, che spesso, nascondendo la verità, fomentando paura o perseguendo scopi di puro potere, sono pronti a calpestare chi è per terra.