Né Khamenei, né Pahlavi: IRAN LIBERO!
Da settimane, in Iran, il popolo ha invaso le strade e le piazze del paese, scatenando un fuoco di rivolta che ha rivelato l’impopolarità della guida suprema Ali Khamenei e del suo regime.
Lo scenario che ci viene restituito è drammatico: le vittime della repressione delle forze di sicurezza sono centinaia, mentre l’intervento statunitense, per “liberare” il Paese ed insediare nuovamente Pahlavi, sembra essere dietro l’angolo.
Queste proteste sono la punta di una crisi economica cominciata con il Covid, e che è culminata nel 2025 con un’inflazione che ha superato il 40% e una svaluta del Rial.
Tuttavia, ascrivere interamente le colpe di questa situazione al regime, e non vedere le responsabilità di altri attori internazionali è una comoda mistificazione, che non consente di comprendere la portata degli eventi.
Con i bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno scorso sono stati smantellati i siti del programma nucleare iraniano, determinando la scelta della Repubblica Islamica di interrompere i rapporti con l’ AIEA, con un conseguente ripristino delle sanzioni del consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha spinto l’Iran a svendere alla Cina il 90% del suo petrolio, barattandolo anche con nuove tecnologie.
Paradossale se si pensa che il regime di Teheran ha sempre consentito i controlli dell’AIEA sui suoi siti nucleari, a differenza dell’ “unica democrazia del Medio-Oriente”, della quale non è dato conoscere le attività e gli sviluppi in tale ambito.
Si è arrivati così al 28 dicembre, quando sono cominciate le proteste in un Iran economicamente distrutto, con un tessuto sociale dilaniato per la perdita del potere d’acquisto delle famiglie, e un futuro politico incerto.
In Occidente nel frattempo l’opinione pubblica è, come suo solito, divisa in tifoserie da stadio.
Per onestà intellettuale, nonostante il profondo divario culturale che intercorre tra le nostre società, non possiamo disconoscere la portata storica della rivoluzione di Khomeini, partita da un popolo stanco, che ha cacciato una monarchia non proprio innocente, sostituendola con un regime, quello degli Ayatollah, che tra mille nefandezze, nel suo essere una teocrazia, ha saputo rappresentare, per chi ha una visione spirituale del mondo e della vita, la vittoria della categoria dello spirito sulla materia.
Né tantomeno possiamo dimenticarci dell’impegno di quello stesso regime nel combattere il terrorismo dell’Isis, e nel tutelare, a differenza di quanto accade in Israele, le comunità cristiane della regione.
Ma allo stesso tempo, se siamo una destra sociale e identitaria, che crede nel principio di autodeterminazione dei popoli, e abbiamo lottato per la Palestina e l’Irlanda, abbiamo il dovere di sostenere il fuoco di rivoluzione della gioventù iraniana, che in queste settimane è scesa in piazza per riscattare la sua storia millenaria e la sua straordinaria cultura, reclamando libertà e diritti a lungo schiacciati da un regime che spara sul suo popolo e impicca dissidenti con esecuzioni sommarie.
Il popolo di Persia è stanco e vuole impugnare il suo domani, e nessuno, né Trump, né il Mossad, né tantomeno Khamenei, glielo potrà strappare.
E Reza Pahlavi? Potrà rappresentare una parentesi momentanea, ma prima o poi il popolo iraniano lo rispedirà nel dimenticatoio della storia dal quale è stato riesumato.