L'America che non conosce Beccaria
Pete Hegseth invoca la civiltà occidentale e celebra la morte in diretta. Forse è il caso che qualcuno gli spieghi cosa significhi.
È dura per un americano non conoscere la propria storia, considerandone la brevità, eppure Pete Hegseth ci è riuscito.
Nel 4 luglio del 1776, a Philadelphia, con il Secondo Congresso Continentale, tredici colonie britanniche del Nord America secedevano dall’Impero, proclamando come «verità evidenti» che «tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità».
Nei duecentocinquant’anni trascorsi da allora, le contraddizioni con queste «evidenti verità» sono state varie, alcune ampiamente riconosciute, altre a lungo negate, alcune condannate dagli stessi Stati Uniti, altre legittimate dalle istituzioni, ma mai come oggi l’unica cosa risultata evidente agli occhi del mondo è l’incolmabile distanza tra la condotta dello Stato americano e il principi che si vanterebbe di rappresentare.
Il Segretario alla Difesa - sic, alla Guerra - Pete Hegseth ha annunciato che la pena di morte di Nidal Hasan, responsabile della strage di Fort Hood in cui morirono tredici membri delle forze armate statunitensi, sarà eseguita pubblicamente mediante fucilazione e trasmessa in streaming.
Una vera e propria messa in scena del potere punitivo dello Stato, e una implicita richiesta agli spettatori di riconoscervi un principio di giustizia.
Al governo Trump e ai suoi ministri, che tanto richiamano la tradizione di fondazione degli Stati Uniti d’America, la necessità di ritornare ai principi di libertà, indipendenza e autogoverno dei Founding Fathers, forse sfugge che il famoso Second Emendment, la legge costituzionale che tutela il libero possesso delle armi da fuoco, che tanto dibattito genera e difendono strenuamente, fu stilata da Thomas Jefferson proprio grazie all’ispirazione datagli da Cesare Beccaria.
Forse gli è sfuggito quanto la creazione della nazione stessa che rappresentano sia il diretto prodotto politico del pensiero illuminista.
Nello specifico, il contributo dell’Illuminismo italiano alla formazione dell’immaginario nazionale statunitense è stato ricco e fruttifero: Jefferson, tra gli altri, nel suo diario legale e letterario trascrive lunghi passaggi delle opere di Beccaria; Gaetano Filangieri e Benjamin Franklin intrattennero una corrispondenza decennale e alcune frasi di Filippo Mazzei figurano verbatim nella Dichiarazione d’Indipendenza. La storia intellettuale americana, per così dire, non gode certamente di tradizione autosufficiente.
Da una prospettiva squisitamente europea, appare quasi scolastico e pedante dover ripercorrere le motivazioni che il Beccaria argomentava nel suo Dei delitti e delle pene, ma appare evidente che per la nostra presunzione c’è ben poco spazio: chi invoca la civiltà occidentale chiaramente non ne conosce i fondamenti.
Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa – recita in primo luogo Beccaria, come Hegseth, laureato in Scienze Politiche alla Princeton University, dovrebbe sapere, e lo Stato non deve avere il potere di sopprimere quella vita che esso stesso dovrebbe tutelare.
In più, è l’immediatezza del castigo – oltre alla sua durata temporale – ad essere un elemento cardine, perchè ne rinforza la natura di giustizia. L’impressione del castigo in ritardo non è che «spettacolo, e non la fa che dopo indebolito negli animi degli spettatori l'orrore di un tal delitto particolare».
Ma, se pretendere che uno Stato agisca nell’interesse del Bene e del Giusto fosse troppo idealista, ci viene incontro anche il tema dell’utilità della pena stessa: anche qualora dovessimo rigettare una visione occidentale di pena – ed uso occidentale solo perchè di un’idea illuminista si parla, fondativa dell’idea di Stato moderno tanto in Europa quanto in America – come modello deterrente e rieducativo, a favore di una funzione intimidatoria e punitiva, l’esecuzione pubblica fallisce ugualmente.
Diceva Beccaria e confermano gli studi di psicologia delle masse, la sofferenza del reo, anzichè consolidare l’autorità morale della legge e la fiducia nelle istituzioni, suscita indignazione e compassione nei soggetti osservanti.
E se è la stessa istituzione che si appella, nel suo mito fondativo, al diritto inalienabile alla Vita a celebrare in pubblica piazza la Morte, si garantisce che il dissidio sia percepito anche al più fedele o ignorante degli spettatori, in cui – da Uomini – mai sarà sopita la compassione.
Il 30 settembre, rivolgendosi ai vertici delle Forze Armate statunitensi, Hegseth dichiarava: «Cosa ci serve? Ci serve che si studi la Civiltà Occidentale e i pilastri della nostra Repubblica. Ci servono leader che comprendano la fede di Gerusalemme, la filosofia di Atene, il potere di Roma, e la libertà di Philadelphia del 1776. Funzionari della Repubblica, fieri della nostra nazione, fieri della nostra tradizione, fieri della nostra storia e di chi la onora».
L'appello allo studio della civiltà occidentale sarebbe persino condivisibile, se non si accompagnasse alla pretesa di incarnarne i valori mentre se ne ignorano le contraddizioni. Studiare quella civiltà significa anche confrontarsi con chi ha contestato il potere assoluto, interrogato la legittimità della pena e denunciato l'uso della sofferenza come strumento di governo. Significa riconoscere che la tradizione non è un repertorio di simboli da esibire, ma un patrimonio di idee da comprendere, discutere e incarnare.
Caro Pete, magari a studiare potresti iniziare tu.